Luigi Finali
Parma, Archivio Storico Comunale.
 
 
 
 
 
 
 

Antonio Baur
Parma, Archivio Storico Comunale.

 

«Moltissima musica da chiesa e da camera» produsse Giuseppe Alinovi (1790-1869) nell'età più matura. Toccò tutti i gradi del cursus musicale parmense. Organista nella cappella ducale nel '24; cantore e maestro in Duomo; nel 1837 maestro alla Steccata dopo Simonis; poi maestro di cappella e direttore dei concerti in corte. Oltre a ciò, svolse incombenze direttive e didattiche diffuse in tutte le strutture scolastiche della città.

Un'altra presenza notevole nella cronaca cittadina è la figura di Luigi Finali (Bagnone di Lunigiana 1794-Parma 1831). Maestro della Società Filarmonica quando questa ebbe la ratifica sovrana, nel 1820, indi direttore della scuola musicale del Carmine; dal '29 maestro onorario del Concerto e direttore della musica vocale ducale. Sono rammentate le opere La pianella perduta, al Teatro del Collegio dei Nobili 1824, e Il re Teodoro, al Teatro Ducale 1826.

Un buon catalogo di composizioni diverse - e fra esse le opere rappresentate nel Teatro Sanvitale, Amelia e Leandro 1821, Il castello di Valburna 1825 - orna la biografia di Germano Liberati Tagliaferri (1795-1870): fu in corte direttore della musica strumentale dal 1829 al 1831; indi emigrò.

E così avanti, i Savazzini i Rusca i Baur i Dell'Argine. (Riaffiora il senso di disagio indotto da la frammentarietà della documentazione, e molto più dalla insufficiente opportunità di frequentare le partiture musicali disperse.) Infine i numerosi strumentisti bravi, e i famosi cantanti, ancora, in una profusione di nomi e di eventi, che è dimostrazione di eccezionale fertilità media. Scorriamo compilazioni come quelle del Pelicelli, o meglio torniamo alle fonti documentarie: ognuno di costoro vi si ritrova.
Esiste una conformità stilistica e culturale ad unire quei nostri artisti? Delicato quesito. Essi di certo partecipano ad un bacino di produzione e d'utenza uniformato nei suoi lineamenti esterni. Ma più addentro?
Robuschi, Simonis, e i loro contemporanei sono musicisti dotati di professionalità esperta. Svolgono il loro valido artigianato compositivo sullo sfondo formato dal massimi sistemi musicali, e nel riverbero di quel classicismo che impronta la cultura medio europea dell'ultimo Settecento. (Si distingua, come osai suggerire altrove, il classicismo dei supremi modelli strumentali viennesi, di Haydn e Mozart, e del giovane Beethoven, accesi da impulsive correnti e tensioni dialettiche, diverso da quel classicismo idealizzante e posato che ordina una piana eloquenza sonora in forme collaudate, decorose, belle.)

L'operosità dei nostri musicisti elude il presente storico vivo e grande - sia delle corone viennesi, sia dei maestri strumentisti italiani nomadi, sia della più alta scuola operistica nazionale -. Ma tale facilitazione innalza la funzione civile del fare musica. La composizione musicale comporta finalità di gentile effusione sentimentale, di amabile svago, al più di corretto arredo cerimoniale. Rilassate le grandi tensioni spirituali, la politezza dei profili melodici e la maniera delle forme sono veicoli di temperato lirismo, comunicato con pronunzia discreta.
Eppure l'invenzione ha radici locali e segno popolare di stampo illuministico: messaggi chiari e piacenti, sentimenti semplici, linguaggio medio educato riconoscibile. Atta a larga diffusione, dunque. E difatti scorre dentro una società attenta, e ben coinvolta. Pertanto sopravvengono altri effetti. Uno è quello didattico, sia come progetto di estesa alfabetizzazione musicale, sia come scuola di operatori predestinati a spargersi nei grandi mercati musicali italiani ed europei; e un altro è ancora quello della salda connessione di un largo consorzio civile locale. Qui è la cultura di una società accomunata nella conoscenza e nella frequentazione di modelli e di beni sonori ordinari; e qui sono le voci d'un ceto nuovo, che comincia ad identificarsi ed a celebrarsi.